Lavagne e Corridoi

Tappa di “Maestri di strada” al Podesti-Onesti Il viaggio educativo di Cesare Moreno

15 Lug , 2015  

In molti ricorderanno la scena del film di Daniele Luchetti “La scuola” in cui Silvio Orlando, insegnante di materie letterarie, in un momento di stanchezza e delusione dice che “la scuola è stata fatta solo per coloro a cui non serve”. La scuola, al contrario, per noi dovrebbe essere al servizio di coloro che la abbandonano, che neppure ci entrano al mattino, perché la ritengono noiosa e inutile. Cosa lontana, vecchia, difficile.

Una ventina di anni fa era diffusa l’opinione secondo cui i cattivi alunni erano solo quelli delle Professionali. Oggi invece, vuoi per gli effetti della diffusione capillare dei nuovi media che ha portato un nuovo modo di fare esperienza nel mondo, vuoi per la crisi del lavoro che taglia fuori, oltre ai posti, l’autostima degli adulti e la fiducia nel futuro dei giovani, un buon numero della popolazione giovanile giudica la scuola in genere poco interessante, se non addirittura inutile.

L’esigenza di portare la scuola fuori dalle aule, come fanno i “Maestri di strada” a Napoli, può essere a buon diritto condivisa da coloro che stanno a contatto con l’ambiente educativo scolastico. A partire da questa prospettiva, abbiamo invitato alll’Iis “Podesti-Onesti” di Ancona, il 4 giugno scorso, Cesare Moreno, presidente dell’associazione “Maestri di strada”,  reduce dalla sua ultima fatica: la curatela del saggio “La mappa e il territorio”, sintesi teorica del lavoro che quotidianamente lui e gli altri maestri svolgono nelle strade di Napoli e non solo.

L’esperienza educativa dei “Maestri di strada” nasce in alcuni quartieri del capoluogo campano segnati da tensioni sociali che spesso, purtroppo, coinvolgono parte della popolazione giovanile. Si tratta di ragazzi che in alcuni casi finiscono sulle prime pagine dei quotidiani non per i loro successi scolastici, ma per fatti di cronaca o droga. In questo contesto nasce il progetto dell’associazione “Maestri di strada”, che opera a fini preventivi e punta al recupero di queste persone. Non è il ragazzo che va a scuola ma il maestro che va nella strada. Poiché si può fare una buona teoria pedagogica se si fa una buona pratica, il libro è effettivamente ricco di spunti di riflessione e di azione.

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Chi fa lavoro educativo si muove tra mappe, è in viaggio: è un viandante, che girovaga non solo nelle città, ma anche nell’animo. Queste suggestioni servono, nel testo, per riflettere su mappa e territorio. Se il viandante guarda solo la mappa, si perde la bellezza del paesaggio, e perde soprattutto se stesso. Molti insegnanti si aggrappano alle loro discipline come fossero mappe che ordinano una realtà in mutamento com’è quella di giovani che apprendono. Ma non si può amare una mappa. Chi insegna deve posizionarsi nel territorio.

A scuola posso saper fare tante cose, ma non aver nessuna voglia di farle. E’ importante tener conto del territorio in cui si insegna e in cui si apprende. E agirvi virtuosamente attraverso la modalità del racconto di sé. Il dispositivo narrativo serve alla riflessività: al saper accogliere, come avviene per le informazioni personali, gli effetti prodotti dalle proprie azioni.

L’educazione è un viaggio che si progetta insieme, tra adulti, attraverso un lavoro di cooperazione e di confronto. E l’adulto è colui che ha preso un sufficiente distacco dal narcisismo e si è saputo differenziare, a sua volta, dai suoi adulti di riferimento. Per poter insegnare la differenza, nel corso della crescita di ciascuno, è necessario il ruolo del padre. E’ la terza figura che spezza la relazione fusionale con la madre, inserendo dentro di essa il limite che sta nello scarto tra il desiderio e il suo soddisfacimento. E’ molto importante aver imparato a passare dal bisogno al desiderio, che fa uscire dalla dimensione dell’immediatezza e porta in quella del tempo dilatato: del simbolico.

Il ruolo del padre nella società odierna è molto debole. Il “padre” garantirebbe la capacità di differenziarsi e aprirebbe lo spazio del simbolico laddove prevalgono invece rapporti fraterno-genitoriali che annullano la asimmetria della relazione genitore-figlio. Importante è inoltre non cercare un eroe-maestro, ma un maestro “sufficientemente buono”, come direbbe Winnicott. Salendo in cattedra, l’insegnante deve saper inciampare. Ed essere in grado di socializzare i suoi errori con gli altri insegnanti. La figura di cui si parla qui non è un maestro singolo: è un gruppo di maestri. E il gruppo si nutre del contesto. Sono gli allievi e il contesto a formare un bravo maestro.

Al mattino il maestro Moreno ha coinvolto i ragazzi del biennio del “Podesti-Onesti” di Ancona con la narrazione di storie su cui riflettere, inquadrabili in una cornice che sta a metà tra la favola di Esopo e un versetto Zen. La sera, nell’aula magna dell’istituto, ha rapito la platea dei presenti guidandoli in una profonda riflessione sulle tematiche del libro. Il confronto ha visto la partecipazione anche di insegnanti di scuola primaria, come la maestra Lara Tangherlini, dell’Istituto comprensivo Posatora-Piano-Archi la quale, animata da una contagiosa passione per il suo lavoro di insegnante, ha raccontato l’esperienza di crescita personale e professionale vissuta a contatto con alunni immigrati di seconda generazione, che lei è riuscita ad avvicinare alla lettura di Dante grazie alla grandezza di passaggi poetici come quello di Paolo e Francesca.

Alla fine della giornata, le parole di Silvio Orlando sembravano stonate. Questo momento di riflessione sui successi e le difficoltà dell’insegnare, sulla crescita dei ragazzi e su quella di chi insegna ci ha ricordato invece che l’insegnante che ha buoni allievi è quello che non ha più nulla da fare, perché i buoni allievi, alla fine, sono quelli che imparano da soli.

 

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