Oltre Confine

L’importanza di fare il proprio dovere anche se nessuno ci vede

27 Mar , 2017  

Ad Alessandro, Antonio, Massimo, Domenico, Filippo, Gianni,  Marcello, Massimo, Marco, Onofrio, Paolo, Vincenzo e Mohamed

 

Il 10 luglio 2015 è stato stipulato tra la Prefettura di Ancona e la Fincantieri S.p.A. un protocollo di legalità, finalizzato alla prevenzione di tentativi di infiltrazione mafiosa negli appalti assegnati alla società.

Le imprese, al momento dell’assegnazione degli ordini, dovranno espressamente accettare e sottoscrivere i contenuti del Protocollo, impegnandosi ad estenderli agli eventuali subappaltatori. L’accordo, che ha costituito un partenariato pubblico-privato, si è reso necessario per una serie di fattori: la società ha individuato nel sistema degli appalti l’elemento di forza della propria competitività; occorre un sistema di accreditamento, con cui la Fincantieri possa qualificare i soggetti imprenditoriali che entrano in rapporto con essa; è di comune interesse assicurare la massima trasparenza al sistema degli appalti e dei subappalti e verificare che non sussistano interessi da parte di soggetti legati alla criminalità organizzata, direttamente o indirettamente. La Prefettura di Ancona si impegna a convocare periodicamente riunioni di consultazione con gli esponenti della Fincantieri, che a sua volta si rendono disponibili a fornire informazioni su eventuali soggetti a rischio di condizionamenti criminali, ed a richiedere alla Prefettura le informazioni relative alle imprese interessate, indipendentemente  dalla loro sede legale.

Come attività di impresa ad alto rischio di infiltrazione mafiosa sono considerate, per esempio, il trasporto, anche transfrontaliero, lo smaltimento di rifiuti per conto terzi, il confezionamento, la fornitura e il trasporto di calcestruzzo e di bitume e la guardiana dei cantieri. Per queste attività sono previste alcune importanti misure preventive.

Forse se questo accordo fosse esistito trent’anni fa a Ravenna,  tragedie come quella della Elisabetta  Montanari si sarebbero potute evitare. In quel tragico evento del 13 marzo 1987 morirono 13 picchettini (gli addetti alla pulizia delle stive), asfissiati a causa di un incendio nella stiva della nave del cantiere della Mecnavi. Gli operai, alcuni anche minorenni, erano poco qualificati ed erano stati scelti da subappaltatori nei paesini vicini, addirittura il giorno prima; 8 su 13 erano senza alcun contratto e, soprattutto, lavoravano senza adottare alcuna misura di sicurezza. I loro nomi erano Alessandro, Antonio, Massimo, Domenico, Filippo, Gianni, Marcello, Massimo, Marco, Onofrio, Paolo, Vincenzo e Mohamed. Il più anziano tra di loro era Vincenzo Padua che aveva deciso di accompagnare i giovani, alcuni dei quali erano ancora inesperti, all’interno dei cunicoli delle stive della nave Elisabetta Montanari, adibita al trasporto di Gpl. Dopo l’incendio, i soccorritori intervennero senza sapere che ci fossero persone all’interno ed estrassero 13 corpi: morti come topi in trappola. In questa triste storia tutti erano invisibili: i caporali e i picchettini, sia quando sono stati chiamati a lavorare, sia quando potevano essere salvati. Dopo quell’incidente, ci si è resi conto dell’importanza di salvaguardare la sicurezza degli operai; di far rispettare le regole poste a tutela del lavoro nei confronti di tutte le parti coinvolte e di contrastare i fenomeni del caporalato e delle infiltrazioni criminali e mafiose, che si disinteressano della sicurezza degli operai. Nello spirito della tutela dei lavoratori, sono nate numerose normative per il rafforzamento della legislazione antimafia. Ad esempio, misure come l’informativa antimafia del 2011, con la quale le prefetture verificano che le amministrazioni pubbliche non stipulino contratti con aziende private, a rischio di infiltrazione criminale e mafiosa. Oppure la costituzione di una white list, ossia un elenco delle aziende che, in base a delle indagini curate dalle Prefetture, non hanno infiltrazioni e possono stipulare contratti e appalti con le Amministrazioni pubbliche. E’ stata creata, nel 2016, la Banca Dati Nazionale Unica Antimafia, con il compito di semplificare e accelerare il rilascio delle comunicazioni e informazioni antimafia. L’autorità, inoltre, che sovraintende alla salvaguardia dei contratti pubblici è l’ANAC, che elabora anche il Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione.  Infine, di recente, è stato approvato il Codice degli Appalti, che avrebbe lo scopo di fornire nuove regole per rendere i contratti pubblici sempre più trasparenti e puliti. L’accordo sottoscritto tra la Prefettura di Ancona e la Fincantieri s.p.a. si inserisce, quindi, in questo filone di iniziative nate per rendere i contratti pubblici più corretti e per tutelare da una parte gli operatori onesti, ma soprattutto la sicurezza dei lavoratori e la legalità dei rapporti di lavoro. Lo scopo è quindi quello di far emergere situazioni oscure e potenzialmente pericolose per i lavoratori.

Tutto ciò mi fa tornare in mente la riflessione sulla giustizia di Platone nel dialogo Repubblica, quando narra i miti della caverna e dell’anello di Gige. Nel primo mito, i protagonisti sono dei prigionieri incatenati fin dalla nascita all’interno di una caverna, con alle loro spalle un fuoco  che proietta delle immagini di varie forme sulla parete davanti a loro. I prigionieri credono che le ombre siano la realtà. Uno di loro viene liberato e si accorge che, fuori di lì, c’è un mondo illuminato dal sole, ma lui, abituato a vedere le ombre, ne rimane all’inizio accecato. Quando poi è in grado di guardare direttamente il sole, allora sente il bisogno di tornare dentro, dai compagni, per avvertirli dell’inganno. Questa storia mi ha fatto pensare agli operai morti al buio nella stiva della nave, costretti ad accettare condizioni di sfruttamento, ignorando che nella realtà quei lavori dovevano essere svolti in sicurezza e nel rispetto del contratto di lavoro. Magari sarebbe stato utile che qualcuno avesse mostrato loro l’importanza della luce, proprio come stavano tentando di fare Giulio Regeni e Placido Rizzotto. Il primo era un giovane ricercatore italiano, ucciso in Egitto dopo essere stato torturato, perché voleva conoscere i diritti sindacali dei lavoratori ambulanti nel paese africano. Placido Rizzotto, nel 1948, è stato eliminato in Sicilia dalla mafia perché si era messo dalla parte dei contadini che lottavano per le terre. L’illegalità può essere contrastata e sconfitta solo con la consapevolezza dei propri diritti e rendendo visibili a tutti i rischi e i pericoli di chi non rispetta le regole.

L’altro mito greco studiato a scuola narra di Gige, un pastore che dopo un terremoto scopre che un cavaliere morto aveva un anello al dito; Gige se lo infila e si accorge che, facendo roteare l’anello, diventa invisibile. Proprio perché nessuno lo vede fa innamorare di sé la moglie del re di Lidia e diventa lui stesso re: grazie all’invisibilità ottiene potere, anche se in modo ingiusto poiché l’invisibilità lo pone in vantaggio rispetto agli altri. Ancora oggi l’anello di Gige rende invisibili tutti quei lavoratori che, costretti dalla necessità, sono chiamati a lavorare senza nessuna tutela contrattuale rimanendo relegati nell’oscurità o nell’ombra.

 

Janos Varga, classe 3N

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